In questi giorni è in scena allo Spazio Mil di Sesto San Giovanni Eugenio Allegri con uno degli ultimi appuntamenti del programma Vado al Mil promosso dal Teatro dei Filodrammatici di Milano: L’innocente colpevole. Cogliendo l'occasione, ho fatto quattro chiacchiere con l’attore torinese.
Parliamo un po’ dello spettacolo, L’innocente colpevole: è scritto e diretto da un’esordiente, Lucia Grosso, che fino a qualche tempo fa era un avvocato. Cosa l’ha attratta di questo testo? Com’è stato coinvolto in questo progetto?
In realtà io sono arrivato alla fine del progetto. Ho vissuto dall’esterno le fasi precedenti di scrittura e realizzazione e sono arrivato all’ultimo momento, quando cioè la produzione doveva decidere se andare in scena. Ad un certo punto mi è stata proposta la cosa e, un po’ per natura un po’ per la mia “storia teatrale”, ho deciso di accettare questa sfida e mi sono buttato in questa cosa, seppur con una serie di punti interrogativi: sa, ci sono delle fasi della propria vita in cui è necessario mettersi in discussione e, in effetti, in questo caso ho fatto un triplo salto mortale! Questa era la prima prova di una drammaturga, ma io mi sono messo a disposizione perché mi piacciono le sfide. Certo, nel tempo si maturano delle consuetudini… è chiaro che con registi e testi “sicuri” il lavoro è di un certo tipo. Prendiamo L’uomo dell’armadio di Ian McEwan: sebbene si tratti sempre di trasferire le atmosfere di un romanzo in un contesto teatrale, molti elementi sono forniti dal testo stesso, perché è un testo forte, straordinariamente intenso.
Nel caso de L’innocente colpevole si fa un passo indietro, anche perché la regia è, ovviamente, un po’ acerba. Ma da situazioni come queste si possono trarre una serie di stimoli, e qui ci sono stati: faccio un testo che non è facile, ha la pretesa di rivolgersi direttamente al pubblico; addirittura ad un certo punto la luce di sala si accende e il pubblico interagisce direttamente col mio personaggio. Insomma, sposare questo progetto è stata per me una scommessa.
Lei in scena è da solo, ma non è certo la prima volta che si misura con un monologo. Quanto le è difficile essere l'unico attore sul palcoscenico?
A dire il vero, è proprio in virtù dell’esperienza passata di monologante che ho accettato la sfida de L’innocente colpevole. Questo è stato il mio quinto monologo, cui è seguito quello di Gaber (Il dio bambino, che tornerà in scena a Milano a dicembre, ndr). Non avrei mai immaginato di farne tanti… anche se, a pensarci bene, sono passati 14 anni dalla mia prima volta in Novecento: ho avuto una media di un monologo ogni due anni e mezzo, quindi non un ritmo forsennato. Però posso dire che l’esperienza del monologo l’ho fatta abbastanza mia, ed è stato più facile decidere di accettare una sfida come questa proprio grazie ad essa.
Poi, subito dopo, mi è stato proposto il testo di Gaber e questo filone del monologo è proseguito facendomi toccare quota sei…
Ha citato poco fa Novecento, messo in scena insieme a Vacis e Baricco nel ’94: lo spettacolo ha ottenuto una risposta strabiliante, con repliche durate per ben sette anni. Qual è stato il motivo o il segreto di tanto successo, secondo lei?
Beh, Novecento ha contato molto per me perché è arrivato nel periodo cruciale del mio lavoro, non avevo ancora 40 anni e aver fatto questa cosa con Vacis e Baricco è stato straordinario. Abbiamo dato vita allo spettacolo tutti e tre insieme, ognuno assumendosi la responsabilità del proprio ruolo: Baricco ha scritto questo testo meraviglioso, Vacis ha allestito lo spettacolo con una regia di grande bellezza e io ho fatto il mio dovere di attore. In realtà, non so perché sia stato così amato dal pubblico, non lo avrei mai creduto. Ma al di là dei numeri (circa 300 repliche, più di 100mila spettatori), è stato il modo con cui il pubblico ha accolto Novecento, come ha continuato a seguirlo e a volerlo rivedere che è stato inaspettato. Sono successe cose assurde, gente che l’ha rivisto dieci volte! Lo stesso Baricco, che fino alla prova generale era un po’ diffidente, ha poi sposato la visione di Vacis e mia e, alla fine, è venuto tantissime volte a vedere lo spettacolo.
Secondo me è piaciuto il modo in cui abbiamo raccontato quella splendida storia ed è in questo senso che credo di aver fatto la mia parte, portandola in scena in un certo modo.
Poi è arrivato il film, si sono create molte interazioni… è diventato un cult, anche se è strano! Ma non mi sono mai fatto troppe domande, era bello semplicemente aver avuto quel tipo di risposta dal pubblico.
Lei si è formato con grandi nomi del teatro, come LeCoq e Fo, ed ha proseguito collaborando con personaggi di altrettanto spicco, primo tra tutti Leo De Berardinis. C’è, oggi, qualcuno in particolare con cui vorrebbe o avrebbe voluto lavorare?
Se c’è una cosa che non ho fatto è stata quella di andarmi a cercare stimoli fuori dall’Italia, ed è un peccato. Se parliamo di grandi artisti italiani non ho grosse preferenze. Certo, se si pensa a registi come Massimo Castri, il Castri degli anni ’70, beh sarebbe stato bello poter lavorare con lui: metteva in scena cose così belle, affascinanti, geniali. In realtà lui è venuto a vedere alcuni miei spettacoli ma non mi ha mai chiamato, evidentemente non mi ama molto e avrà le sue ragioni. E sarebbe stato bello frequentare qualche regista straniero, ad esempio Brook, anche perché avendo iniziato con LeCoq (che fu un’esperienza davvero straordinaria) non mi sono mai accontentato! Oggi come oggi mi vengono in mente nomi che sono spariti dalla scena mondiale. Poi, sa, dopo aver visto i Living Theatre, Carlo Cecchi…
Ma in fondo mi basta aver incontrato Leo: ha dato una svolta fondamentale al mio lavoro, aver lavorato per cinque spettacoli con lui è stato eccezionale.
Invece, dell’esperimento di teatro musicale insieme alla Banda Osiris con L’ultimo suonatore che mi dice? Che poi non è stato un vero e proprio sentimento, perché aveva già calcato le scene insieme ad un altro gruppo musicale, gli Area, nel 1980…
Sì, all’inizio degli anni ’80 gli Area erano un gruppo simbolo degli anni ’70, anche se orfani di Demetrio Stratos, che morì nel 1979. Lo spettacolo, Gli uccelli di Aristofane, nacque da un’idea di Nanni Balestrini e lo stesso Demetrio, due grandi poeti; io ero veramente ragazzo, fui subito entusiasta di lavorare con loro oltretutto sotto la regia di Memè Perlini, altro poeta dimenticato dal teatro italiano.
Ma, in realtà, anche con Fo era stato teatro musicale: L’opera dello sghignazzo era un musical alla maniera di Brecht, per intenderci. Comunque, con gli Area ci fu il primo grande esperimento di commistione tra teatro e musica, anche se lì siamo dentro il teatro comico classico greco e non si può fare molto altro.
Nel 1996 ho poi fatto un’altra versione de Gli uccelli con la Banda Osiris, altri attori e musicisti e la regia di Vacis: nacque lì il nostro incontro e il desiderio di lavorare insieme ma, soprattutto, la mia voglia di entrare nel loro mondo, che parla di musica comica, di clown, di recupero di un linguaggio diverso. Fare Karl Valentin, dove l’orchestra era un elemento di rottura e di messa in discussione del linguaggio stesso (un linguaggio oltretutto dialettale che noi non potevamo che interpretare in modo generico), è stata un’esperienza straordinaria. Dovendo affrontare un linguaggio costruito volutamente in modo sconnesso, il tema del fallimento e dell’inadeguatezza di fronte alla realtà, il tentativo di ricomporre le regole e di gestire il luogo comune, ho recuperato tutti gli insegnamenti della scuola di Lecoq.
Con la Banda, poi, è stato fatto un lavoro meraviglioso sul palco, nonostante la fatica di riuscire a trovarsi per le prove e l’aver lavorato senza una regia vera, perché ce la siamo fatta noi con l’occhio esterno di Valeria Valenti. Siamo andati avanti per tre anni, lo spettacolo ha cominciato a decollare dalla seconda stagione. Non credo fosse una cosa molto facile da fare, ma ce l’abbiamo fatta!
Una sua costante mi sembra essere anche il dedicarsi ai giovani attori, promuovendo e realizzando laboratori teatrali in tutt’Italia. Dal 19 al 23 maggio ce ne sarà uno qui a Milano (presso lo Spazio Frida) sulla Commedia dell’Arte: cosa la spinge a ritagliarsi sempre un po’ di tempo per queste iniziative, magari sottraendolo al poco tempo libero che ha?
Non è generosità, sono molto più cattivo di quello che sembra! A parte gli scherzi, faccio questo genere di cose perché c’è sempre uno scambio di fondo. L’esperienza di gruppo è stata fondamentale nella mia carriera. Ho fatto sei monologhi ma non ho mai rinunciato al confronto con gli altri attori, è una cosa che fa parte di me.
Tutto è iniziato quando la Galante Garrone mi chiese, ormai quasi trent’anni fa, di sostituirla in un laboratorio a Bologna perché non poteva andare. Beh, ho scoperto che mi piaceva! Non tanto insegnare, quanto incontrare persone giovani che volevano fare teatro. Avendo iniziato negli anni ’80 le persone di fronte a me sono cambiate, e anche io sono cambiato rispetto ad allora, ma è come fare un corso di aggiornamento per me stesso. Anche perché, banalmente, mi devo adeguare anche al linguaggio dei giovani, che di volta in volta cambiano perché sono il prodotto della società e della cultura del momento. È una cosa che mi incuriosisce molto. La mia, però, non è solo curiosità perché credo sia essenziale, per uno che fa il mio mestiere, “trovare il proprio tempo”. Se ci si ferma è la fine: quando vado sul palcoscenico io affermo la mia verità, ma poi attraverso questi laboratori la rimetto in discussione. E, per essere un buon attore, farlo è vitale.
Forse a causa di uno sterile retaggio storico-culturale o di una certa presunzione artistica se non addirittura razziale, noi europei tendiamo sempre a credere che l’Oriente abbia ancora moltissima strada in fatto di produzione cinematografica di livello. Niente di più sbagliato.
Per rendersene conto, basta fare un salto ad Udine ed immergersi, anche solo per un paio di giorni, nelle orientali e coloratissime atmosfere del Far East Film, il più grande festival del cinema popolare asiatico. Il 18 aprile si è aperta ancora una volta la kermesse ideata e realizzata dal CEC – Centro Espressioni Cinematografiche, giunta ormai alla sua decima edizione senza aver perso il suo smalto ma, soprattutto, il suo obiettivo principale: «mantenere viva la capacità di provare (e provocare) entusiasmo e stupore che, chiunque ami il cinema, la creatività e la libertà del cinema non dovrebbe perdere mai. Anche a costo di abbracciare la dolce filosofia di Peter Pan e ammettere, senza imbarazzo, che per “diventare grandi” c’è sempre tempo…», come si legge nella presentazione del catalogo ufficiale. Tra le novità dell’edizione 2008 c’è da segnalare l’apertura del festival alle produzioni di Indonesia e Vietnam, davvero ricche di sorprese. Basti pensare al delizioso Quickie Express di Djayadiningrat Dimas, sexy comedy indonesiana che ha sbancato i botteghini in patria e presentata il primo giorno di “lavori” subito dopo il succulento film della cerimonia d’apertura firmato Hideo Nakata, L change the WorLd, spin-off dei thriller Death Note ispirati all’omonimo manga best seller in Giappone.
Il re dell’horror nipponico Nakata, che in conferenza stampa ha dichiarato di essere paradossalmente molto impressionabile (!), era senz’altro la guest star più attesa di questo Far East 2008, ma non certo l’unica. Da Miki Satoshi, bizzarro ed eccentrico autore giapponese di commedie satiriche, alla scoperta tutta “made in Udine” Pang Ho-cheung, giovane regista di Hong Kong che ha realizzato anche l’ammiccante, e parzialmente contestata, sigla del festival (e che ha risposto, in italiano, con un candido quanto tagliente «Fanculo!» alle polemiche circa il suo festival trailer), gli ospiti illustri in quel di Udine non mancano.
Ma, soprattutto, non manca la voglia di confrontarsi e la disponibilità ad incontrare critica e, soprattutto, pubblico (la cui età, come sempre, ha una media molto giovane): tutti i pomeriggi infatti Baracetti & Co. danno la possibilità a tutti di assistere ad incontri con registi, produttori, attori e attrici rappresentanti di ben 11 cinematografie diverse. Perché tanti sono i Paesi dell’Estremo Oriente protagonisti di quest’anno.
Insomma, una «Mecca del cinema asiatico», com’è stata definita dagli organizzatori, «ma tascabile». E, in effetti, il fascino di questo incredibile evento sta proprio in questo: un festival a misura d’uomo ma di respiro più che internazionale e, soprattutto, di altissimo livello: è strabiliante, infatti, quanta raffinatezza, quanta autoironia, quanto gusto per l’estetica e quanto talento nascondano panorami cinematografici come le Filippine, Taiwan o la Malesia, oltre ai già noti Giappone, Cina e Hong Kong.
Ma non sempre è tutto «rose e fiori»: sotto certi aspetti questi Paesi pagano ancora lo scotto di una tradizione storico-culturale e sociale estremamente rigida e “antica”, ed ecco che il film di Zhang Ybai Lost, indulgence, previsto in world premiere a Udine per il 22 , non è mai arrivato perché “congelato” dalla censura di Pechino. La trama? Un uomo sposato, innamorato di una prostituta e da lei ricambiato, inscena la sua morte per rifarsi una vita altrove.
La delicata questione della produzione cinematografica orientale e, di conseguenza, dei meccanismi di distribuzione in Occidente è stata inoltre affrontata durante il Ties That Bind (legami che uniscono), convegno internazionale che si è tenuto al Visionario il 21 e il 22 aprile durante il quale una decina di figure chiave, a livello internazionale, dell’industria cinematografica asiatica ha riportato la propria testimonianza su strategie, sfide e prospettive della produzione e distribuzione in Estremo Oriente.
Edizione ricchissima, dunque, questa del 2008 che, senza lesinare in appuntamenti “dopo festival”, iniziative collaterali (come la mostra fotografica Click ad Oriente) ed illustri incontri aperti al pubblico, non perde mai di vista l’esigenza principale di dimostrare quanto sia vario e di qualità il cinema asiatico, ancora troppo poco noto qui da noi.
Attendiamo dunque con ansia il verdetto dei Black Dragon (accreditati “speciali” che hanno versato una quota aggiuntiva per sostenere il Far East) e del pubblico, che dal ’99 è chiamato a votare i film in gara così da poter assegnare l’Audience Award all’opera più meritevole.
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Con le ultime proiezioni di lunedì, aperte al pubblico, si è conclusa ufficialmente l’ottava edizione del Miff. Ho già avuto modo di raccontare la strana e “forzata” (da fattori esterni) formula di quest’anno del festival milanese diretto da Andrea Galante: nessuna opera in concorso proiettata in rassegna (eccetto The Trap, che è stato l’opening film), ma una full immersion ad ingresso gratuito nelle giornate di domenica 13 e lunedì 14, così da mostrare almeno i film vincitori.
Miglior Film 2008 del Miff è stato decretato l’inglese Vampire Diary, di Mark James e Phil O’Shea, che ha fatto una vera e propria incetta di premi aggiudicandosi anche la Miglior Fotografia, il Miglior Montaggio e il premio per la Miglior Interpretazione Femminile andato ad Anna Walton, qui alla sua prima volta sul grande schermo ma, obiettivamente, protagonista di una buona prova.
La storia è quella di Holly, una filmmaker che sta girando un documentario sul fenomeno del “Weekend Vampire”, e di Vicky, una tanto sensuale quanto enigmatica ed inquietante ragazza che afferma di essere una vera vampira. Tra le due scoppia prima un’irrefrenabile attrazione sessuale, poi una vera e propria storia d’amore che finisce per logorare, da tutti i punti di vista, la povera Holly.
Girato “alla Cloverfield” (che non è stato certo il primo, ma di sicuro il più recente e, dunque, di più fresca memoria), la peculiarità di Vampire Diary sta proprio nel fatto che per tutto il film si ha un unico punto di vista, anche se di volta in volta cambia a seconda che a girare (e quindi a mostrare) sia la telecamera di Holly, la videocamera di Vicky o la microcamera nel bagno di Holly. Oltre all’evidente effetto di fornire una visione ed una conoscenza parziale della storia, la scelta dei due registi di non utilizzare mai un punto di vista esterno alla storia e, dunque, una macchina da presa tradizionale, ha anche reso l’immagine spesso “sporca” e vagamente confusa, coinvolgendo lo spettatore al 100%.
Affascinante anche per il tema che affronta e per l’ambiguità con cui lo tratta, Vampire Diary è, per stessa ammissione degli autori, un horror movie in piena regola e, dunque, è giusto che in Inghilterra uscirà in sala (a fine maggio) vietato ai minori di 18 anni: le immagini sono molto forti e vanno al di là del semplice gusto per lo splatter, per cui c’è da “prepararsi psicologicamente” (fidatevi!).
La Miglior Regia è andata invece a Sradan Golubovic, che ha diretto il film d’apertura The Trap, storia che si è aggiudicata anche il prestigioso e significativo Neuro Award.
Opera seconda del regista serbo, The Trap racconta di un padre che, alla ricerca disperata di denaro per curare una cardiopatia seria del figlio dodicenne, sprofonda in una terribile crisi di coscienza quando qualcuno gli offre dei soldi per uccidere un uomo a sangue freddo. Intenso, straziante, asfissiante, commovente, il film è un vero pugno nello stomaco e, almeno per chi scrive, avrebbe potuto vincere anche come miglior lungometraggio. In compenso, Nebojsa Glogovac, l’attore protagonista, ha ottenuto il premio per la Miglior Interpretazione Maschile.
Per quanto riguarda gli altri riconoscimenti, segnaliamo che Falcão – Meninos do trafico di Alex Pereira Barbosa ha vinto come Miglior Documentario, il brillante (anche se in certe sfumature un po’ grezzo) The Elevator di Ben Hakim ha vinto come Miglior Cortometraggio e Monitor sistema terra-spazio di Paola Sara Giambelli è stato decretato il Miglior Corporate Film.
La Miglior Sceneggiatura è andata, invece, al viennese Peter Payer per Free To Leave, di cui ha curato anche la regia: la storia è quella di Thomas, capostazione, che per 12 anni non ha mai fatto un solo errore. All’improvviso l’apocalisse: 22 morti, più di 100 feriti. Distratto dalle avances di Anna, Thomas si dimentica di abbassare la barra del passaggio a livello e il treno investe in pieno un camion. Al processo Anna testimonia in suo favore e Thomas viene assolto. Tra di loro nasce una relazione passionale, ma né lui né Anna riescono a dimenticare ciò che è successo.
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Pur tra mille difficoltà, l’ottava edizione del Film Festival Internazionale di Milano, meglio noto come Miff, il 7 aprile ha preso il via. È encomiabile lo sforzo del direttore, Andrea Galante, e di tutto lo staff di non rinunciare all’edizione 2008 nonostante i grossi problemi di budget che si sono presentati in fase avanzata dell’organizzazione del festival.
Un festival che, da sempre attento al panorama internazionale del cinema indipendente, in passato ha sempre dimostrato qualità e “occhio lungo”, visto che molte “intuizioni cinematografiche” degli organizzatori si sono poi rivelate vincenti tanto in sala (si veda Slevin – patto criminale, ad esempio) quanto in termini di riconoscimenti della critica (da Bubble a 4 minuti per giungere a Centravanti nato, vincitore del Neuro Award 2007; e in questi giorni ai David di Donatello 2008).
Quest’anno, però, il Miff ha subìto, suo malgrado, un notevole ridimensionamento: non avendo la possibilità di proiettare tutti i film selezionati, gli appuntamenti in programma sono infatti scesi a quattro ma, in compenso, tutti in free entrance. La serata di apertura, tenutasi il 7 aprile, è stata dedicata al Neuro Award, riconoscimento che Neurothon (associazione onlus impegnata nella creazione di una “Banca delle cellule staminali cerebrali umane”) assegna dallo scorso anno alla pellicola più in linea con la campagna di sensibilizzazione Il cinema che fa bene al cervello!, promossa congiuntamente da Neurothon e dal Miff. Quest’anno, il premio è andato all’intenso film serbo-croato The Trap, di Srdan Golubovic, perché ritenuto «un prodotto che si è distinto per essere riuscito a modificare con intelligenza, dando valore aggiunto, un determinato modo di vivere, sia da un punto di vista emotivo che pratico». Un film, quello di Golubovic, che non parla di malattie mentali ma che comunque «ti apre la mente», dice il Segretario Geneale di Neurothon MariaCristina Lani. «Lo slogan “Il cinema che fa bene al cervello” è molto bello e significa proprio questo: non importa che la storia sia incentrata su quelle malattie di cui si occupa la nostra associazione. L’importante è che sia un film intelligente». Ma la Lani ha trovato anche un altro, forte nesso tra The Trap e il lavoro delle associazioni onlus per la ricerca scientifica: «nel film, un padre che è alla disperata ricerca di soldi per consentire la costosa operazione al cuore del figlio malato accetta di diventare un killer pur di ottenere quella grossa somma di denaro. Le onlus, dal canto loro, bussano a qualsiasi porta per cercare i fondi che consentirebbero di salvare vite umane, accettando anche di trasformarsi in “prostitute scientifiche” pur di portare avanti la ricerca».
The Trap è anche in concorso per il miglior lungometraggio e la giuria, composta da Letizia Centenari, Fabio Del Prete, Stefano Dammico, Carlo A. Sigon e Giancarlo Zappoli, sta esaminando in questi giorni questo come tutti gli altri film per decretare i vincitori: infatti, nonostante l’impossibilità di mostrare le opere, sembra che nessun regista abbia voluto ritirare la propria pellicola dalla rassegna. Le categorie sono dunque le stesse delle altre edizioni, la premiazione ufficiale si terrà durante la serata di gala prevista per domani sera (durante la quale verrà consegnato anche il Premio alla carriera a Renato Pozzetto) e i film vincitori per quelle principali (miglior film, miglior regia, miglior interpretazione, miglior sceneggiatura) saranno proiettati domenica 13 e lunedì 14 aprile al cinema Rosetum, in via Pisanello 1, gratuitamente: basta registrarsi al sito www.miff.it e prenotare il proprio posto nella sezione apposita.
Stessa modalità anche per le due première previste in chiusura di festival: sabato 12 sarà infatti proiettato alle 17:00 (sempre al Rosetum) il film fuori concorso e in anteprima nazionale Postal, di Uwe Boll, che sarà presente in sala per incontrare pubblico e critica. Il closing film del Miff, invece, è previsto alle 20:00 di domenica 13 e sarà l’italiano L’amore non basta, di Stefano Chiantini con Giovanna Mezzogiorno, in uscita il 18 aprile nelle sale.
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Quarant'anni a luglio, Arturo Cirillo si è posto ben presto all'attenzione di pubblico e critica. Ho intervistato l'attore e regista napoletano in occasione della prima de Le intellettuali di Molière allo Spazio Mil di Sesto San Giovanni (MI).
Il debutto "ufficiale" de Le intellettuali risale al 2005 eppure lei e la sua compagnia girate i teatri di tutt'Italia ancora oggi con questo spettacolo: cosa le è piaciuto dell'opera di Molière quando ha deciso di metterla in scena?
L’ho scelta per la traduzione di Garboli. Mi era piaciuta tanto perché ha reso molto comunicativo questo testo con l’uso della lingua contemporanea, utilizzando un italiano di oggi. Perché Le intellettuali è un testo non facile, soprattutto qui in Italia: ha una serie di elementi datati, si parla di una polemica letteraria che imperversava a Parigi ma di cui oggi nessuno sa niente. La traduzione mi ha permesso di pensare e di immaginarmi come sarebbe oggi un mondo di intellettuali donne… e sono arrivato al concetto del salotto, inteso come “salotto televisivo”…
Lei è campano, nello spettacolo c’è un accento napoletano ma sostiene che non è ambientato a Napoli e che questa scelta è dettata solo dall’esigenza di “rendere più personale” la commedia. Mi spiega meglio cosa intende quando nelle sue note di regia scrive che «non crede nella lingua italiana come lingua di teatro»?
Allora, io provengo dalla cultura napoletana e la mia compagnia proviene dalla stessa cultura. Quando si ha, per caso, la fortuna di avere una forte cultura teatrale, come lo è quella napoletana, sarebbe stupido “eliminarla”. E poi la lingua italiana è una lingua giovane, poco vissuta nel teatro. Se infatti pensiamo ai nostri grandi del teatro: Goldoni è legato molto al veneziano, De Filippo è legato al napoletano, Pirandello al siciliano…
Sono insomma partito dall’idea che non si può fare teatro senza contaminarlo con la lingua di ogni singolo attore, soprattutto quando si tratta del napoletano, che è per sua natura molto “teatrale”. Senza però fare mai operazioni, spesse volte noiose, che prevedono che ogni cosa debba essere tradotta in napoletano! Semplicemente, gli attori sono liberissimi di far sentire qual è la loro origine.
E questa libertà che lei ha dato ai suoi attori in che modo è stata percepita ed utilizzata?
Io do anche un’altra libertà, più profonda della lingua perché credo molto nel misterioso rapporto che si crea tra attore e personaggio. Io sono arrivato alla regia da attore, e so che il regista deve aiutare l’attore a capire e a trovare il suo personalissimo rapporto con il personaggio. Dunque “libertà” intesa anche in senso più ampio: il compito del regista è quello di riuscire a mettere insieme queste singolarità, perché è bello che una compagnia non sia troppo omologata.
È bello vedere come ogni attore si relaziona al proprio personaggio, che tipo di immaginari escono fuori. Rosario Giglio, ad esempio, fa la zia, mentre ne L’ereditiera faceva un padre: due personaggi molto molto diversi. Mi piace che gli attori scoprano loro stessi il modo migliore di impersonare quel determinato ruolo. Non si devono nascondere dietro a un personaggio “oggettivo”, che deve essere fatto necessariamente in un modo specifico, ma deve essere frutto di un loro lavoro interiore.
Nel 2006 ha preso il premio Ubu come miglior attore non protagonista proprio per Le intellettuali. Visto che è in scena pure lei, mi racconti qualcosa anche del suo personaggio.
La cosa importante delle messinscene della nostra compagnia è che il regista sta fisicamente dentro lo spettacolo. Qui, mi sono ritagliato volutamente un personaggio un po’ secondario, perché per tanti anni ho ricoperto ruoli molto centrali e mi piaceva scommettere sulle possibilità degli altri attori. Ma non perché volessi “controllare”, che è un termine poliziesco e non mi piace. Se sto dentro ho la possibilità di cambiare man mano durante le prove, anche l’ultimo giorno. Non amo confezionare uno spettacolo una volta e poi mantenerlo “rigido” sino alla fine.
Com’è stato lavorare tanti anni accanto a Carlo Cecchi? La cosa più importante che le ha insegnato, che ha imparato durante la sua lunga gavetta?
Eh tante… È difficile rispondere. Lavorare con lui è stato un enorme laboratorio, basti pensare alla quantità di testi che abbiamo fatto, da Beckett alla trilogia shakespeariana a Palermo (una cosa veramente unica, credo). Beh, ci sono tante cose… Forse un centro sostanziale è stato il lavorare molto nelle relazioni con gli attori, il gestire tanti piani relazionali: tra l’attore e il regista, tra gli attori stessi, e anche col pubblico. Amo molto poco quegli spettacoli che mi danno la sensazione che chi li ha allestititi aveva già tutto predefinito. Quando il teatro si avvicina troppo al cinema mi annoia!
Si misura più volentieri con le opere drammatiche o con quelle che esaltano maggiormente una vis comica, come ad esempio le farse della tradizione napoletana?
Beh penso che un po’ dipenda dalla vita. Il mio approccio con questo mestiere è esistenziale. A volte, andare su una cosa molto leggera, fare un gioco un po’ fine a se stesso, giocare con puri meccanismi teatrali insomma, può essere bello, è un atto liberatorio, una forma di semplificazione della vita. Altre volte, invece, può essere avvertita come una cosa molto riduttiva.
Negli ultimi anni mi sono mosso in maniera più “altalenante”, perché la scelta dipendeva dal momento personale. Ma non bisogna far diventare questi momenti troppo impositivi sulla compagnia. L’anno scorso, ad esempio, sono venuto a Milano con Le cinque rose di Jennifer, uno spettacolo che ho reso molto drammatico; Molière invece in un certo senso è più freddo. È bene variare nella scelta, e mi riferisco anche all’idea di “tradizione”: io non ho paura di questo termine, si può fare qualcosa di tradizione anche con un testo contemporaneo, non serve fare per forza qualcosa del Settecento.
Lei ha dichiarato che ad un certo punto ha fatto il “grande salto” alla regia per uscire da una sorta di impasse in cui era entrato. Rifarebbe oggi la stessa scelta di cambiare qualcosa della sua vita artistica, se si presentasse un'altra impasse?
Come tutte le domande che riguardano il futuro è difficile rispondere. Ho imparato che non bisogna avere paura delle crisi perché sono foriere di cambiamenti, sono segno di vitalità. Io non faccio questo mestiere con l’assoluta necessità o con il senso che sono stato “chiamato da Dio” per fare il regista e l’attore. Lo faccio perché mi piace, mi diverte e mi fa esprimere. Quando non succederà più potrei forse cambiare qualcosa, sperimentare un mondo che ho frequentato poco come il cinema o magari tornare a fare solo l’attore. Non voglio sentirmi una volta per tutte in una cosa specifica. Io questa cosa ora la voglio, insieme alla mia compagnia e per il momento mi piace. Poi se bisognerà trovare altre strade lo farò, ma senza la paura di cambiare.
Per finire, mi può dare un nome di un grande drammaturgo che, secondo lei, non ci si stancherà mai di mettere in scena, ma anche di vedere dalla platea?
La cosa più bella del teatro è che ce ne sono tanti! Io registicamente mi sono confrontato con Molière, che mi piace molto e con cui mi vorrei confrontare ancora. Amo di più gli scrittori di teatro che hanno un’idea più ampia del teatro, che abbiano vissuto dal di dentro questo mondo. E quindi penso a Molière, appunto, ma anche a Shakespeare, a Pinter, a Ruccello, insomma a chi scrive anche perché ha avuto un’esperienza più diretta con il teatro, non solo in forma teorica o letteraria. Quegli scrittori, insomma, per cui la relazione col pubblico non è secondaria. Purtroppo, la drammaturgia contemporanea non si preoccupa di relazionarsi con gli spettatori, e francamente è un’inclinazione che non mi piace molto.
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In occasione dell'ultima data della tappa milanese della pièce di Samuel Beckett Finale di partita (al Teatro Franco Parenti), ho incontrato il suo regista ed interprete, Franco Branciaroli, che, dopo tre anni di tournée, non si è ancora stancato di Hamm, il suo personaggio.
Anzi, sembra ci si sia proprio affezionato. Ho chiacchierato di questo, del beckettismo e di tanto altro con uno dei più grandi attori di teatro che abbiamo oggi in Italia. Buona visione!
Parte prima:
Parte seconda:
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Perché raccontare una storia proprio sui rocciatori? Stefano Chiantini: L'idea è nata qualche tempo fa grazie ad una persona di mia conoscenza che faceva questo mestiere, un lavoro che lo portava a vivere spesso in solitudine. Pubblicato su: www.filmfilm.it |
«Volevo mostrare le deformazioni che le pessime condizioni di un lavoro, per di più poco noto, esercitano sul carattere e sulla psicologia delle persone che lo vivono».
Tra le note di Stefano Chiantini, autore e regista di Una piccola storia, spicca particolarmente questa frase - e non è certo un caso.
Perché uno dei punti di forza di questo film sembra essere proprio l’aver posto l’attenzione su un mestiere, quello del rocciatore, rappresentandone ogni sfumatura e svelando un mondo sconosciuto ai più.
L’opera seconda del giovane regista incuriosisce sin dai primi minuti perché racconta qualcosa che nessuno si era ancora preoccupato, o inventato, di raccontare e perché lo fa, soprattutto nella prima parte, in maniera così penetrante che è difficile non venirne rapiti.
Chiantini ci catapulta infatti immediatamente, senza sconti, sulla parete di una montagna di chissà quale zona italiana e senza spiegarci nulla ci lascia lì, accanto a quegli uomini appesi alla roccia che saltellano qua e là come delle cavallette e che lavorano alacremente senza dirsi una parola.
All’inizio sembra che il film abbia una connotazione al limite del documentaristico: l’occhio della telecamera è discreto, impalpabile, si limita a registrare la “giornata tipo” di un rocciatore. Una giornata che è lunga e faticosa ma, soprattutto, tremendamente monotona. Una giornata costruita con dialoghi scarsi e frammentati, da sequenze molto brevi giustapposte perlopiù in dissolvenza, dall’alternarsi ciclico, e simbolicamente inarrestabile, del giorno e della notte e poi ancora giorno e di nuovo notte. Ma è proprio questo seguire i protagonisti nei loro più piccoli gesti quotidiani a farci rendere conto che la telecamera è tutt’altro che un neutro ed impotente spettatore: in realtà, il suo uso è fortemente invasivo, sta addosso ai protagonisti - per usare le parole dello stesso regista - così da trasmettere il senso di oppressione che la vita di un rocciatore dà.
A questa particolare atmosfera, asfissiante e attraente allo stesso tempo, si va però pian piano sostituendo una dimensione più intima e più centrata sui personaggi, operazione senza dubbio necessaria alla narrazione ma dai risultati a tratti meno incisivi. La storia e i tre protagonisti sono infatti modellati con lo stesso spirito della prima parte del film, attraverso rapidi frammenti di vissuto (presente? Passato?) e poche parole dette a mezza bocca; ma i risultati sono ora convincenti, come per il personaggio di Gianluca ottimamente interpretato da Thomas Trabacchi, ora meno, come per quello di Alessandro (Ivan Franek), che alla fine risulta francamente un po’ troppo ermetico ed inafferrabile. Lo stesso discorso vale anche per la denuncia sociale dell’abuso edilizio che, insieme ai temi della distruzione del territorio e della sicurezza sul lavoro, è solo accennata e resta volutamente in secondo piano, ma che in qualche passaggio avrebbe potuto godere di un po’ di spessore narrativo in più a vantaggio di una scorrevolezza maggiore del film.
Una “piccola storia” che, comunque, sa di aria fresca e ha il pregio di un interessante intuito registico arricchito da un buon cast e dalla splendida fotografia.
Pubblicato su: www.filmfilm.it
Recensito al XXV Bergamo Film Meeting
Giorgio Tirabassi ci presenta il suo nuovo spettacolo di cui è autore, regista ed interprete. In Coatto unico… senza intervallo il poliedrico attore recita, suona e canta instancabilmente per un’ora e mezza.
Iniziamo subito dal suo nuovo spettacolo, Coatto unico… senza intervallo: qual è stata la genesi?
Innanzitutto questo spettacolo era nato per l’esigenza di mettere in scena qualcosa di proprio. Avevo scritto due canzoni che raccontavano di personaggi di periferia, poi mi sono sentito in dovere di “andare avanti” scrivendo dei monologhi, e alla fine è venuto fuori uno spettacolo che ha per protagonisti quelle persone ai margini della città (che vivono in periferia o in provincia), ai margini della società e, spesso, ai margini dell’illegalità. Uno spettacolo divertente anche se, con amarezza, ammetto essere “ispirato” dalle disgrazie altrui. Dopo questa lunga pausa dovuta alla televisione, l’ho ripreso oggi ben volentieri: al titolo ho aggiunto quel “senza intervallo” proprio perché non ho mai smesso di pensare a questo materiale. Certo, l’ho riscritto, ho spostato la scaletta, ho sostituito dei passaggi, ne ho messi degli altri… ho persino riarrangiato alcuni pezzi del classico repertorio romano.
Lo ha “ripreso” dopo dieci anni e ha deciso di portarlo in giro per l’Italia anziché rimanere nelle piccole realtà della provincia di Roma, come invece aveva fatto nel 1997. Come mai?
Mi è sembrato un passo da adulto uscire dai confini di Roma. Abbiamo, sì, cominciato con i piccoli teatri di provincia nella scorsa stagione, ma poi quest’anno abbiamo deciso di toccare città grandi, importanti… All’inizio c’era un po’ di preoccupazione, però la risposta del pubblico è stata positiva. Certo, lo spettacolo è impregnato di romanità, sono toccate caratteristiche dei quartieri di Roma e i personaggi parlano romano, ma un attore sa come farsi capire. E poi, in fondo, sono tratti comuni a tutta Italia, basterebbe cambiare l’ambientazione e il dialetto e di colpo diventerebbero storie di milanesi, ad esempio.
Dando un’occhiata alle date e alle tappe della sua tournée, mi sembra che abbia prediletto toccare più città e restare in scena uno o due giorni piuttosto che rimanere in cartellone per diversi giorni e rinunciare a qualche tappa…
Assolutamente sì. In scena ci siamo noi e gli strumenti (Daniele Ercoli al contrabbasso e Giovanni Lo Cascio alle percussioni, n.d.r.), quindi lo spettacolo è molto agile, facile da allestire e così una tournée serrata si può fare. E poi questo ritmo battente è un aiuto, perché per un mese o tre settimane allo Smeraldo, ad esempio, bisogna mettere in moto una macchina promozionale che non finisce più. Invece così ci affidiamo al pubblico, che si dimostra sempre molto attento… c’è molta voglia di venire a vedere lo spettacolo insomma. Senza considerare che nelle grandi città c’è spesso il pericolo della routine, quindi il pubblico più avvezzo è attirato dalle proposte nuove.
Ma questo spettacolo così fortemente romano com’è accolto nelle altre città?
Le risposte del pubblico sono più o meno le stesse: il romanesco è una lingua che lascia intatto l’italiano, che per sua natura ha tante sfumature. Certo, qualcuno si perde qualche parola, ma abbiamo preparato un glossario per spiegare molti termini, anche se ormai sono diventati quasi di uso comune e si leggono anche sui giornali, magari virgolettati, come “sòla” ad esempio. E poi c’è da dire che il sarcasmo romano ha contagiato tutta l’Italia, e piace. Basti pensare ad Alberto Sordi, che ha conquistato tutti non perché aveva un accento romano ma perché rappresentava l’uomo medio di quei tempi ed era compreso da Nord a Sud. Sordi è stato depositario di una serie di cose che altrimenti sarebbero andate perse, così come lo sono anche Monicelli o Scola. Io, dal canto mio, porto in giro questa lingua facendo capire che non è legata soltanto ai cabarettisti romani, che non c’è soltanto il romanesco metropolitano ma anche quello colto, forbito. Perché cerco di raccontare il coatto non nell’accezione di Verdone, per intenderci, ma nel senso di costretto, come il “domicilio coatto” ad esempio: i miei personaggi sono costretti a vivere nelle periferie dove sono nati, come nella provincia, nei quartieri degradati delle grandi città…
I personaggi che lei racconta sono frutto di quello che lei, da romano, vive e vede nella sua città oppure sono ispirati a persone che ha conosciuto realmente?
Beh, come per tutte le cose c’è una parte di vissuto e una parte di fantasia… se conoscessi così bene questi personaggi non farei l’attore! Ma sono cresciuto nei “quartieri nuovi” di Roma, che sono diventati centralissimi ora, e ho lavorato al Mattatoio, un posto dove incontravi di tutto… e poi c’è stata la strada: da ragazzino ho vissuto sulla strada, una palestra molto importante.
C’è un personaggio o una storia che preferisce di più tra tutti quelli che lei rappresenta in Coatto unico…? Perché?
Lo spettacolo è pensato e realizzato per divertirsi sia sul palcoscenico che in sala, quindi mi piacciono un po’ tutti -e mi piace soprattutto il fatto che ciò che faccio in scena è totalmente diverso da quello cui sono abituato in tv, dove non canto e non suono. Se proprio devo scegliere un personaggio ti dico Arcangeli Angelo detto Angioletto, che è un truffatore specializzato nelle truffe agli enti pubblici; un vero professionista, come ce ne sono tanti oggigiorno. Ma sono parecchio divertenti anche Nello e Rufetto, due rapinatori molto iellati.
Lei è un attore davvero trasversale: tocca indistintamente teatro, cinema e televisione. Cosa le piace di più -sempre se può esserci qualcosa che dia maggiore soddisfazione?
Dire che il pubblico ti dà quel qualcosa in più francamente mi sembra un luogo comune. È il progetto buono a darti soddisfazione, se ci credi. Il lavoro di un attore è riuscire a dare emozioni alle persone attraverso una storia, non importa se sei su un palcoscenico o davanti ad una macchina da presa. Certo, lavorare al cinema e lavorare a teatro è molto diverso. Alcuni colleghi, ad esempio, si trovano a disagio coi tempi del cinema, non concepiscono rimanere tutto il giorno sul set a registrare o, peggio, restare tre ore in roulotte ad aspettare che si finisca di girare una scena. Io però mi trovo bene. Anche se effettivamente la televisione è una macchina da guerra.
Recentemente ha dichiarato di essere in qualche modo stato deluso dalla piega che ha preso Distretto di polizia, serie tv che l’ha fatta scoprire al grande pubblico. Ma quindi: dove finisce la “comodità” di una fiction di successo che regala fama, successo e apre qualche porta in più, e dove inizia la “scomodità” di quella stessa fiction, che blinda gli attori e rischia di incastrarli in un personaggio o in un certo genere?
Vedi, quando accetti di fare una serie tv firmi sin dall’inizio già per due stagioni, quindi non sai cosa andrai a fare. Poi man mano che vai avanti ti rendi conto della direzione che stanno prendendo le cose… il rapporto tra un attore e una fiction è come una storia d’amore: c’è prima l’infatuazione, poi la passione, e poi però inizia il quotidiano e devi inventarti qualcosa per evitare il pericolo di una routine alienante. È chiaro, il personaggio ti rimane addosso in ogni caso, ma quello tanto è già successo… l’importante secondo me è fare anche altre cose. Il punto è che quando qualcosa funziona si finisce per non cercare più una strada nuova ma percorri quella che già hai fatto perché più sicura. Per carità, io devo moltissimo a Distretto ma sinceramente avrei fatto fino alla quarta stagione; poi però ho avuto la possibilità di prendermi un anno sabbatico (e ho fatto Paolo Borsellino e una cosa a teatro), ci siamo messi d’accordo con la produzione e così non ho più lasciato, almeno finora. Al momento stanno girando la nona…
Lei invece ha girato un’altra fiction, I liceali: è pronta? Quando andrà in onda?
Tra poco, a metà marzo sul digitale terrestre e a metà aprile su Canale 5. Questa nuova fiction è stato un piccolo passo avanti: finalmente scompare quella componente melodrammatica di Distretto, qui c’è commedia, si trattano temi importanti ma con leggerezza. I liceali parla di adolescenti, di liceali un po’ svogliati e sbandati che si trovano a dover fare i conti con questo professore “tutto d’un pezzo”, venuto da fuori, e di fronte al quale si trovano ovviamente a disagio. Poi, però, com’è facile intuire le cose cambieranno…
Per concludere, un accenno alla data romana di Coatto unico… che terrà per beneficenza
Lunedì 17 marzo saremo al Teatro Vittoria con una replica il cui intero ricavato sarà devoluto alla Giuseppe Papa Home Care Onlus, un’associazione che si occupa della prestazione di servizi di assistenza domiciliare ai pazienti affetti da problemi onco-ematologici provenienti da tutti i reparti dell'Ospedale S. Eugenio.
Pubblicato su: www.teatroteatro.it